Una ‘favola’ che ci solleva dalla barbarie: “Dilili à Paris”, il nuovo regalo di Michel Ocelot

Di Eric Rittatore

Nella Parigi della Belle Epoque, in compagnia di un giovane autista di risciò, la piccola kanaka Dilili conduce una sua personale indagine sul rapimento e la sparizione di alcune bambine nella città. Nel suo percorso incontrerà uomini e donne straordinarie che a vario titolo le forniranno indizi e suggerimenti preziosi. Nei sotterranei della capitale scoprirà dei cattivi molto particolari, i sedicenti “Maestri-Maschi”, la cui perversa idea di “società ideale” è ben lontana da quella difesa da Dilili e i suoi amici…

Approfittiamo della sua fresca vittoria ai Cèsar come Miglior Film d’Animazione, e dell’imminente visita italiana del regista Michel Ocelot – verrà premiato alla carriera al Cartoons on the Bay di Torino (11-13 aprile) – per parlare di uno dei lungometraggi più belli e significativi dell’ultima stagione: DILILI A PARIS.

Ocelot desiderava fare finalmente un film ambientato a Parigi. Dopo aver esplorato diverse epoche e continenti, si ritrovava ad avere ‘a domicilio’ tutto un patrimonio di storie e civiltà, come un buongustaio in una gastronomia.

L’opera è dunque anzitutto una superba dichiarazione d’amore a Parigi, immortalata in una fase della sua storia, la cosiddetta Belle Epoque: un tempo abbastanza lontano da poterlo trasfigurare in chiave onirica, e abbastanza vicino per potersi documentare adeguatamente.

Da Renoir, a Camille Claudel, da Toulouse-Lautrec a Picasso, da Colette a Gertrude Stein, da Modigliani a Nijinsky, da Louise Michel ai Méliès, i Lumière, Eiffel, passando per Marie Curie, Sarah Bernhardt, Alphonse Mucha e Chocolat, il clown di colore, sono oltre un centinaio le personalità geniali presenti nel film, molte disegnate personalmente da Ocelot, con devozione e gratitudine. Una lista in cui spiccano le donne, sempre tenute ai margini del potere senza però riuscire ad escluderle davvero, e capaci di una forte influenza sul contesto socio-culturale.

Inizialmente, l’artista aveva immaginato un film molto più duro, dal titolo L’ile des Hommes, in cui un naufrago scopriva su un’isola apparentemente deserta una realtà femminile fatta di innumerevoli abusi e sopraffazioni. Sopravvisse il soggetto: la sistematica e globale violenza di alcuni uomini sulle donne e sulle bambine. La gestazione di Dilili si è svolta poi in un momento particolare: gli attacchi terroristici in Francia, in cui perirono giornalisti, disegnatori, e gente comune, molti giovani intenti a mescolarsi, a provare a vivere tutti insieme. Uno stimolo ulteriore, per celebrare questo anelito di civilità multiforme e composita contro una barbarie monolitica e irrazionale.

I due soggetti si sono compenetrati, avvalorandosi reciprocamente, nell’ottica di fare comunque un film per tutti, che non scioccasse ma costringesse a riflettere. Gli orrori vengono infatti efficacemente evocati – l’immagine delle ‘donne-divano’ è realmente disturbante nella sua cruda immediatezza – ma lo scopo di Dilili è anzitutto ‘parlare’ ai bambini (e ai “grandi”) senza brutalità ma anche senza infingimenti.

Ocelot aveva già utilizzato il 3D in Azur e Asmar, per i personaggi, ma qui per la prima volta viene integrato nelle scenografie, composte da fotografie di luoghi esistenti. Per quattro anni ha scattato istantanee della città, sia dei luoghi imprescindibili che di quelli più anonimi e sconosciuti, spesso ritratti alla prima luce del giorno per limitare al minimo la presenza umana e gli elementi moderni da dover cancellare. Per l’artista Parigi è “magnifica di per sé, non c’è da ricrearla: ho spesso sostenuto che i miei film fossero pubblicità per la realtà ma Parigi la è direttamente”. Viene anche celebrata l’Art Nouveau attraverso oggetti straordinari, giochi di forme e materiali differenti, assembati con fantasia e raffinatezza.

Nella rappresentazione della Parigi Belle Epoque scarseggiavano i personaggi di colore, cosa impensabile in un film di Ocelot: i primi contatti con esseri umani ‘diversi’ avvennero grazie ai “villaggi indigeni” ricostruiti nei parchi pubblici. Anni prima, Louise Michel, intellettuale anarchica deportata in Nuova Caledonia, aveva insegnato a leggere e scrivere in francese ai piccoli canachi. Eco la genesi della protagonista Dilili, che Ocelot immagina, con consapevole anacronismo, impiegata nel cast di uno di questi ‘diorami esotici’. Una ragazzina, poiché il film è programmaticamente dalla parte delle bambine, e per di più meticcia, rappresentante di un’altra categoria che ha molto sofferto, rifiutata da entrambe le sue culture di origine ma qui capace, con intelligenza e sensibilità, di cogliere e mettere a frutto il meglio da entrambe. I comprimari sono per lei degli eccellenti ciceroni alla scoperta di Parigi: Orel, il giovane e brillante fattorino, amico di tutti, e la cantante Emma Calvé, celeberrima interprete lirica e sorta di “demiurgo” salvifico nei momenti più gravi.

I cattivi – autentici, per una volta – sono i membri della feroce setta dei Males-Maitres (Maestri Maschi), allignante nel ventre oscuro della Ville Lumière. Ocelot ha potuto avere accesso diretto alla rete fognaria parigina, dove ha scoperto uno strano mondo parallelo, inquietante e pericoloso, immerso nella più totale oscurità. Una suggestione che lo ha spinto a modificare la messa in scena inserendo effetti speciali a base di ombre pulite e ombre proiettate sulle immagini reali dei sotterranei.

La trama, rutilante, evoca feuilletons romanzeschi come I misteri di Parigi di Eugène Sue, e soprattutto le opere di Jules Verne. Ma c’è pure Vicor Hugo, con le sue descrizioni di Parigi, dall’alto e dal basso, i suoi ricchi e i suoi poveri, e non mancano echi dal Fantasma dell’Opera.

Elemento a suo modo fondamentale, a cavallo tra ‘bene’ e’male’, è il rozzo cocchiere Lebeuf, che tanto ci ricorda l’Italiano Medio di oggi. Dapprima traviato dai propri pregiudizi e rancori, ma capace di riscattarsi lasciandosi guidare dal proprio cuore e dal proprio ‘senso del limite’. Lebeuf di fronte alla visione concreta del mondo propugnato dai Maestri Maschi griderà orripilato -“Questo no!” – e contribuirà in modo decisivo a far svoltare la vicenda – la società stessa? – verso il suo lieto fine. Un happy ending che non è, come qualcuno ha insinuato, “un sogno naif”, bensì una consapevole esortazione a perseguire, insieme e individualmente, ciascuno con le proprie qualità, un traguardo di progresso e bellezza. Una meta qui simboleggiata, emblematicamente, da un gruppo di bambine che, pedalando, si librano libere verso la luna lasciando i barbari, letteralmente, nello strame in cui si nascondono.

Le musiche, tra cui il trascinante brano Le soleil et la pluie, sono di Gabriel Yared (Azur e Asmar), il quale ha lavorato in stretta sinergia con il regista, mentre il soprano francese Natalie Dessay interpreta mirabilmente Emma Calvè, regalando anche una particolare doppia interpretazione di “L’Amour est un enfant de bohème” dalla Carmen di Bizet.

Per Ocelot a distinguere davvero l’uomo dall’animale è l’apprendimento, ovvero la capacità di assimilare millenni di civiltà e di progresso, per poi trasmetterlo seminando germogli che fioriranno in futuro.

Ci ricorda quanto la condizione femminile si sia evoluta rapidamente dall”inizio del Ventesimo Secolo, ma anche come oggi sia soggetta a un rischio di regressione. E a tal proposito affida un monito attualissimo alla voce di Marie Curie: “Attenzione, non bisogna recedere.”

Quel che ci suggerisce Ocelot, tramite Dilili e i suoi amici, è che oggi, come allora, l’alternativa è tra una società aperta in cui uomini e donne evolvono insieme, e insieme appongono la loro pietra all’edificio, oppure una società chiusa e immobile in cui metà della popolazione opprime l’altra.

A noi la scelta.

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