Recensione “Le Stagioni del Louise” di Giannalberto Bendazzi

di Giannalberto Bendazzi

“Louise en hiver” (Le stagioni di Louise) è probabilmente il capolavoro del regista Jean-François Laguionie, attivo fin dal 1965 (Gran Premio ad Annecy per “La demoiselle et le violoncelliste”). Ne è forse indizio l’andamento della riunione finale della giuria del Festival di Ottawa dell’ottobre scorso. “Bene, cari amici, allora tu un caffè, tu un succo di frutta, io prendo un tè… Il Primo Premio a Laguionie… Che altri premi dobbiamo dare, secondo il regolamento?”
Mentre Le stagioni di Louise vinceva senza oppositori l’ambito premio nella capitale canadese, l’autore, nella calma della sua Bretagna, preparava contemporaneamente due altri lungometraggi.

La storia racconta che… Un’anziana villeggiante perde l’ultimo treno che la riporterebbe in città, e si adatta a vivere da sola autunno, inverno e primavera nella cittadina di mare abbandonata dagli umani. Delicato e fine, con sottigliezze coloristiche ammirevoli, il film segue i pensieri, i ricordi e le azioni di Louise, il suo rapporto con un cane randagio che battezza Pepé, la sua forza d’animo, soprattutto la sua pazienza di vivere.

La trama è semplice, ed è di ferro. I suoi simili se ne vanno, passa il tempo, i suoi simili ritornano.

Il problema principale dei lungometraggi di Laguionie (che è un maestro di cortometraggi) era sempre stato “come” raccontare. Come resistere alle divagazioni, o al compiacimento per il bel disegno, come congedare un personaggio che ha esaurito il suo ruolo nel copione. Questa volta si è costretto alla sintesi.

Chi è Louise? Una persona improbabile. Lascia un appartamento (freddo ma asciutto) per costruirsi una catapecchia in riva al mare. Fa la doccia gelata all’aperto in pieno dicembre. Si sazia di… gamberetti che pesca sulla riva. Ha una figlia in città (lo dice lei stessa) che nel corso di almeno dieci mesi non la cerca mai.

Louise è dunque un’idea. La società nella quale navigava ha fatto naufragio, e lei è morta. O è rimasta sola su una spiaggia solitaria, il che, socialmente parlando, è la stessa cosa. Una morta può parlare ai morti (il paracadutista), rimbeccare un giudice-volatile, trovare nella solitudine la propria più consona dimensione.

L’uomo non è più in rivolta, come ai tempi di Albert Camus. L’uomo di Laguionie (la donna in questo caso) è inerme. Può meditare di lasciarsi affogare, può sbracciarsi a chiamare un aereo sordo, ma alla fine può far conto solo su di sé.

Tetro, buio pessimismo? Certo no. Il film ha una sottile pavimentazione giocosa (badine, per usare un termine caro a Laguionie) che fa capire l’implicito. 

La morte sociale non è vera morte: è vita nel pianeta delle idee, dove un po’ di fortuna e un po’ di cecità al male permettono ai solitari di combattere la propria guerricciola quotidiana, con le armi di chi è inerme.

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