di Alessandro Castellano
Tra le molte sezioni del Festival di Annecy, i Work in Progress occupano un luogo particolare, quasi laterale e tuttavia centrale. Non mostrano il cinema d’animazione come prodotto finito, ma come processo: come tensione, come ipotesi, come forma ancora instabile.
È una dimensione che Giannalberto Bendazzi avrebbe riconosciuto come essenziale: il momento in cui le cinematografie non sono ancora storia, ma presente che si organizza.
Il comunicato stampa del festival insiste su questa natura plurale: marionette e carta ritagliata, IP iconiche, cioè grandi franchise e personaggi già entrati nell’immaginario collettivo, e racconti originali, grandi studi e realtà indipendenti. L’edizione 2026 riunisce 12 lungometraggi, 3 serie e 1 progetto immersivo, provenienti da una decina di paesi. Non è solo una selezione: è una mappa in formazione.
Serie e progetto immersivo: tra industria e mutazione dei formati
Le tre serie selezionate – Astro Boy Reboot (Nicolas Hess, Francia/Germania/Giappone), Cars: Lightning Racers (Nathan Chew, Stati Uniti) e Common Side Effects – Season 2 (Benjy Brooke, Stati Uniti) – mostrano chiaramente una tensione strutturale dell’animazione contemporanea.
Da un lato il ritorno e la gestione delle grandi proprietà intellettuali globali: Astro Boy e Cars non sono solo titoli, ma dispositivi culturali che attraversano generazioni e mercati. Dall’altro, la serialità adulta e autoriale, come nel caso di Common Side Effects, che continua a spingere l’animazione verso territori narrativi più complessi.
Il progetto immersivo Hide and Seek (Fabienne Geizendanner, Svizzera/Francia) introduce invece una linea che Annecy coltiva da anni: quella dell’animazione come esperienza spaziale, ambientale, oltre lo schermo. Qui il cinema si dissolve in ambiente, e l’animazione diventa uno dei linguaggi possibili dell’immersione.
I lungometraggi: una geografia in movimento
È tuttavia nella selezione dei dodici lungometraggi che i Work in Progress rivelano pienamente la loro funzione. Non si tratta solo di film, ma di traiettorie: di autori, di industrie, di immaginari.
Asia: tra espansione industriale e reinvenzione formale
Con A Gwei (Hui Yi, Cina), Annecy accoglie un progetto di cui, al momento, circolano pochi elementi pubblici, e proprio per questo significativo: testimonia una produzione che non arriva ancora completamente mediata per il mercato internazionale.
Molto diverso è Baahubali: The Eternal War (Ishan Shukla, India), che porta nel WIP la forza espansiva di un franchise. Qui l’animazione, dichiaratamente in CGI, diventa il prolungamento cosmico di un immaginario epico già consolidato. La presenza di Shukla – autore passato da Schirkoa e da Star Wars: Visions – racconta una traiettoria tipica del presente: dal corto sperimentale al grande sistema produttivo.
Con Killtube (Kazuaki Kuribayashi, Giappone) si entra invece in un territorio più instabile e contemporaneo: una distopia che mescola piattaforme digitali, violenza spettacolarizzata e immaginario storico. La tecnica – CG, disegno e riferimenti all’ukiyo-e – è già dichiarazione di poetica: non semplice ibridazione, ma stratificazione culturale.
Infine, Monkey Quest (David N. Weiss, Giappone/Stati Uniti) rappresenta la dimensione transnazionale dell’industria animata contemporanea. Avventura, famiglia, mitologia: il film si colloca nel territorio riconoscibile del racconto globale, ma lo fa attraverso una rete produttiva che attraversa continenti.
Europa e Nord America: coproduzioni e autorialità
L’Europa continua a operare come sistema. Ogresse (Cécile McLorin Salvant, Francia/Belgio/Canada/Svizzera/Stati Uniti) ne è un esempio emblematico: una coproduzione complessa per un film che nasce da un progetto musicale narrativo e si sviluppa come musical animato. Qui l’animazione 2D digitale diventa lo strumento attraverso cui un immaginario già costruito nella voce e nella performance trova una forma cinematografica..
All’opposto, per riconoscibilità, si colloca Snoopy Unleashed (Steve Martino, Canada/Regno Unito), che testimonia la persistenza e l’adattabilità delle grandi icone dell’animazione novecentesca.
Steps (Alyce Tzue, John Ripa, Stati Uniti) rilegge il patrimonio fiabesco attraverso una prospettiva laterale. La presenza di una regista proveniente dal corto e di un co-regista legato a produzioni Disney segnala ancora una volta la compresenza di sensibilità diverse all’interno dello stesso progetto.
Con Séraphine (Sarah Van Den Boom, Francia/Lussemburgo/Svizzera) l’animazione si confronta direttamente con le arti figurative. Il film, dedicato alla pittrice Séraphine Louis, si colloca in quella linea in cui il cinema d’animazione è chiamato a tradurre in immagini un’esperienza pittorica e interiore. La tecnica mista probabilmente sarà in questo senso decisiva.
The Shiatsung Project (Brigitte Archambault, Canada) si muove invece in un territorio più concettuale: una distopia intima, quasi astratta, che interroga il rapporto tra individuo e sistema di controllo.
The Wolf (Benjamin Massoubre, Francia/Lussemburgo) riporta il discorso su un piano tragico: natura, perdita, violenza. È un film che sembra voler sottrarre l’animazione a ogni automatismo consolatorio.
Altre geografie: presenza e affermazione
Desechable (Carlos Gómez Salamanca, Colombia/Spagna) introduce una dimensione apertamente politica e brutale. È un film che si colloca fuori dalle linee più rassicuranti del lungometraggio animato internazionale, e che porta con sé una tradizione visiva legata alla pittura e all’immaginario deformato.
Igi (Natia Nikolashvili, Georgia/Grecia) lavora invece sull’allegoria: un racconto delle origini che è anche una riflessione sull’individuo e sulla norma. La scelta del 2D digitale si inserisce in una tradizione che privilegia il segno e la sintesi.
Linee di tendenza
Osservati nel loro insieme, i dodici lungometraggi mostrano alcune costanti.
La prima è la coesistenza tra industria e autorialità: non come opposizione, ma come sistema.
La seconda è la centralità delle coproduzioni, soprattutto europee, come condizione necessaria del lungometraggio animato contemporaneo.
La terza è la varietà delle tecniche, che non si dispongono più in gerarchia ma in rete.
La quarta riguarda le traiettorie degli autori: molti arrivano dal corto, dalla musica, dal fumetto, dalla televisione. Il lungometraggio è sempre più un punto di passaggio, non un punto di arrivo.
Conclusione
I Work in Progress di Annecy 2026 non mostrano semplicemente dei film in lavorazione. Mostrano un sistema in trasformazione.
È qui che l’animazione contemporanea si rende visibile nella sua fase più fragile e più interessante: quando non è ancora stabilizzata, quando non ha ancora trovato la sua forma definitiva.
È in questo spazio che si può davvero osservare il cinema d’animazione mentre accade.
Esplora i progetti dei work in progress al seguente link:
https://www.annecyfestival.com/en/the-festival/festival-meetings/work-progress
Pubblicato il 20 Aprile 2026

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