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Annecy 2026 – L’Officielle 5: imparare a stare con gli altri

Di Alessandro Castellano

Dopo cinque giorni di competizione emerge una curiosa impressione. Se ogni programma ufficiale sembrava costruito attorno a un nucleo tematico, L’Officielle 5 appare come quello più esplicitamente dedicato alle relazioni umane.

Non tanto ai grandi drammi, quanto ai piccoli gesti quotidiani che costruiscono una comunità: il desiderio di amare, la maternità, la paternità, la difficoltà della vita di coppia, la solitudine, il bisogno di essere accolti. Anche i film più sperimentali finiscono per interrogarsi sul rapporto con l’altro.

È probabilmente il programma più intimo dell’intera competizione.

L’ironia della solitudine

Il film che più mi ha colpito è senza dubbio Please (Anna Mantzaris, Svezia/Francia/Cechia/Norvegia/Finlandia, 2026).

La regista svedese è ormai una presenza familiare ad Annecy. Dopo Enough e Good Intentions, torna con un nuovo cortometraggio in stop motion che conferma la straordinaria capacità di raccontare le fragilità contemporanee attraverso pupazzi dall’espressività minima ma sorprendentemente umana.

La premessa è semplice: una serie di personaggi molto diversi tra loro cerca disperatamente una forma di contatto con gli altri. Una donna abbraccia un cane in metropolitana. Qualcuno scoppia improvvisamente a piangere davanti a uno scaffale vuoto del supermercato. Altri partecipano a incontri al buio da cui escono ancora più soli di prima.

Sono azioni apparentemente assurde, ma proprio per questo profondamente riconoscibili.

Mantzaris continua a lavorare su quel particolare umorismo nordico che non nasce dalle battute ma dai silenzi, dall’imbarazzo, dal non detto. Progressivamente il contesto stesso sembra lasciarsi contagiare da questa ricerca di affetto fino a un finale inatteso e ironico.

È forse il film che meglio riesce a raccontare una delle grandi contraddizioni del presente: essere continuamente circondati da persone senza riuscire davvero a incontrarle.

Essere madre

Un’altra autrice ormai legata al Festival di Annecy è Anca Damian, che dopo lungometraggi come CrulicLa montagna magica e L’isola torna al cortometraggio con Motherhood (Belgio/Francia/Romania, 2026).

La scheda ufficiale si limita a una frase: “Essere madre è uno dei più grandi misteri della vita.”

A partire da questa premessa volutamente essenziale, Damian costruisce un percorso molto più articolato.

La nascita della protagonista appare come un passaggio da un’altra dimensione verso un mondo complesso e difficile da comprendere. La vita diventa un lungo apprendimento fino al momento in cui, diventata madre, trasmette al figlio la scoperta fondamentale: nascere significa diventare liberi, purché si impari prima di tutto a respirare.

Come spesso accade nel cinema di Damian, il racconto procede attraverso una continua contaminazione di linguaggi. Disegno tradizionale, animazione digitale bidimensionale e tridimensionale, collage fotografico convivono nello stesso flusso visivo, costruendo un’opera estremamente personale.

Essere padre

Sul versante opposto troviamo Blessed (Beni, Yawen Zheng, Cina/Francia, 2026), realizzato in stop motion a pupazzi.

Un bisonte duro e concreto si è sempre considerato forte e senza paura. Ma quando il suo sogno di diventare padre si realizza, si ritrova improvvisamente goffo, sopraffatto e costantemente giudicato.

È probabilmente il film più enigmatico della selezione. Il suo carattere fortemente simbolico rende difficile una lettura univoca e molte immagini sembrano voler suggerire più che spiegare. Rimane però interessante il tentativo di affrontare il tema della paternità da una prospettiva insolita, quasi mitologica.

Ribellarsi alla normalità

Più esplicito è invece Hag (Janneke Swinkels, Paesi Bassi, 2026).

Attraverso un disegno animato dai colori fluorescenti, il film racconta la ricerca di senso e d’amore di una donna nel caos di una fertilità in declino, delle app di incontri e della pestilenza del patriarcato. In un mondo in cui essere sé stessi ci rende mostri. La protagonista lascia progressivamente emergere la “strega” che porta dentro di sé, trasformando il quotidiano in un’esplosione di energia incontrollata.

Il tema è interessante, anche se personalmente la ricerca estetica mi ha convinto meno rispetto ad altre opere del programma.

La poesia di Yamamura

Tra i grandi maestri presenti in concorso torna anche Koji Yamamura, che come ricorda Giannalberto Bendazzi in Animazione. Una storia globale, rappresenta una delle figure decisive dell’animazione indipendente giapponese contemporanea, autore capace di fondere musica, letteratura e pittura in una ricerca stilistica continuamente rinnovata.

Haru no Umi (La mer au printemps, Giappone, 2025), realizzato con disegno su carta e privo di dialoghi, nasce dalla celebre composizione musicale di Michio Miyagi del 1929 e si ispira esplicitamente alla pittura tradizionale giapponese a inchiostro (sumi-e).

Pochissimi segni. Pochissimi colori.

Blu, oro, nero e rosa bastano a costruire un universo in cui macchie calligrafiche diventano onde, barche, uccelli e paesaggi marini. Ancora una volta Yamamura dimostra come la semplicità possa nascondere una straordinaria ricchezza di invenzione.

È forse il film più contemplativo dell’intero programma.

L’orrore della perdita

Se Yamamura cerca la sintesi, Karla Castañeda prosegue invece la propria ricerca nel territorio della stop motion.

Bendazzi individua in Karla Castañeda una delle voci più significative della nuova animazione messicana, capace di fare della stop motion il linguaggio privilegiato per raccontare memoria, lutto e affetti familiari.

Canción de noche (Chanson nocturne, Messico, 2026), realizzato con marionette animate, conferma questa poetica. Un figlio e la madre cercano di sopravvivere grazie al loro amore reciproco, fino a quando una tragedia li separa definitivamente. Il film mostra come la perdita alimenti le nostre emozioni fino a condurci all’accettazione e al perdono.

L’atmosfera è cupa, quasi horror, e i pupazzi stessi contribuiscono a generare un senso costante di inquietudine. La paura, però, non è mai gratuita: diventa il linguaggio attraverso cui raccontare il dolore della separazione.

Una comunità che cambia

Chiude il programma La Petite Reine blanche (Pierre-Luc Granjon, Francia, 2026).

Una notte d’estate alcune automobili sono coinvolte in un incidente nella piazza del paese. Il giorno seguente, nello stesso luogo, un “misterioso” segno per terra dà origine a una partita di pelota che paralizza l’intera città. Realizzato attraverso una combinazione di animazione 2D e pittura su vetro con una palette cromatica pastello, il film costruisce un racconto corale in cui la comunità diventa il vero soggetto della narrazione.

Il programma delle relazioni

L’Officielle 5 sembra chiudere la competizione riportando l’attenzione sulle persone.

Le relazioni affettive di Please, la maternità di Motherhood, la paternità di Blessed, la crisi della coppia in Hag, il legame tra madre e figlio di Canción de nuit, la contemplazione del mondo naturale di Haru no Umi e la dimensione collettiva de La Petite Reine blanche affrontano tutti, da prospettive molto diverse, la stessa domanda: come si costruisce un rapporto con l’altro?

Non esistono risposte univoche. Alcuni scelgono l’ironia, altri la poesia, altri ancora il simbolo o l’inquietudine.

Se dovessi scegliere il film che meglio rappresenta questa selezione, sarebbe però Please. Perché riesce, con una leggerezza solo apparente, a raccontare uno dei sentimenti più diffusi del nostro tempo: la difficoltà di chiedere, semplicemente, un po’ di affetto.

Pubblicato il 26 giugno 2026

Fotogramma da Please (Anna Mantzaris, Svezia/Francia/Cechia/Norvegia/Finlandia, 2026)

Please (Anna Mantzaris, Svezia/Francia/Cechia/Norvegia/Finlandia, 2026)

Fotogramma da Motherhood (Anca Damian, Belgio/Francia/Romania, 2026)

Motherhood (Anca Damian, Belgio/Francia/Romania, 2026)

Fotogramma da Haru no Umi (Koji Yamamura, La mer au printemps, Giappone, 2025)

Haru no Umi (Koji Yamamura, La mer au printemps, Giappone, 2025)

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