Di Alessandro Castellano
Dopo un primo programma dominato dal confronto tra tecniche e poetiche differenti e un secondo attraversato dal tema della memoria e della trasformazione della materia, L’Officielle 3 sembra proporre una domanda diversa: che cosa manca ai suoi protagonisti?
Quasi tutti i film della selezione ruotano infatti attorno a una forma di incompletezza. Un’identità che si sgretola, una parte di sé perduta, un trauma dimenticato, un desiderio irrealizzato, una risposta impossibile. Anche quando le storie sembrano molto diverse tra loro, finiscono per convergere attorno a personaggi che cercano di colmare una mancanza.
Un maestro della metamorfosi
Il programma si apre con il nome più importante della selezione, Georges Schwizgebel, figura centrale dell’animazione svizzera e autore a cui Giannalberto Bendazzi dedica diverse pagine di Animazione. Una storia globale. Bendazzi descrive il suo lavoro come una continua ricerca sul movimento, sulla metamorfosi e sulla possibilità di sostituire il montaggio tradizionale con trasformazioni pittoriche capaci di far scorrere spazio e tempo all’interno di un’unica immagine.
The Picture of Dorian Gray (Georges Schwizgebel, Svizzera, 2026), realizzato attraverso disegno su carta e pittura su vetro, sembra confermare pienamente questa poetica. Partendo dal celebre romanzo di Oscar Wilde, il film racconta la storia di Dorian Gray, che grazie a un desiderio conserva per sempre giovinezza e bellezza mentre il suo ritratto invecchia al posto suo, accumulando i segni dei suoi crimini e della sua corruzione morale.
Come spesso accade nel cinema di Schwizgebel, la trama è quasi un pretesto per esplorare le possibilità della trasformazione visiva. Sorprende però il modo in cui il film stesso sembra subire la stessa sorte del protagonista. Si apre con la visione generale di un disegno a matita, poi entra progressivamente nello spazio pittorico e nei dettagli dell’immagine. A metà percorso le tonalità brillanti cedono il posto a una tavolozza molto più controllata, quasi monocromatica, per poi ritornare alla visione d’insieme. È come se il film stesso seguisse il destino del ritratto di Dorian. Una nuova variazione all’interno di una ricerca che, dopo oltre quarant’anni, continua a rinnovarsi.
Il trauma come paesaggio
Anche Ce qu’on laisse derrière (Jean-Sébastien Hamel e Alexandra Myotte, Canada, 2025), realizzato in animazione digitale 2D, ruota attorno a qualcosa che manca. Dan porta sul collo una ferita enorme che non guarisce. Non ricorda come sia comparsa e non riesce a parlarne. Per ritrovare quella parte di sé che ha perduto, deve tornare nell’arena inquietante della sua infanzia, là dove il trauma ha avuto origine.
Il film colpisce soprattutto per il modo in cui visualizza il trauma. Non si limita a raccontarlo. Lo trasforma in paesaggio. I fondali stessi partecipano all’animazione, deformandosi continuamente sotto la pressione dello sguardo del protagonista. La soggettiva diventa uno strumento per rendere tangibile l’angoscia e costruire un’atmosfera costantemente inquieta. Tra i film del programma è probabilmente quello che meglio utilizza l’animazione per rappresentare uno stato psicologico.
Diventare se stessi
Più luminoso ma non meno personale è Ultra forte (Catherine Lepage, Canada, 2026), realizzato con una combinazione di disegno su carta e animazione digitale 2D. La protagonista, Catherine, è un’adolescente sensibile e sognatrice che crede molto più nel principe azzurro che in se stessa.
Attraverso una voce narrante che accompagna costantemente le immagini, il film racconta il percorso di una ragazza che cerca di diventare ciò che pensa gli altri desiderino da lei. L’inseguimento di modelli irraggiungibili, i tentativi di adeguarsi e il desiderio di essere amata finiscono però per allontanarla da se stessa. Solo con il passare del tempo e delle esperienze riesce a comprendere che la vera forza consiste nell’accettare la propria identità.
La grafica e i colori ricordano in alcuni momenti le stampe rayografiche, mentre il ritmo narrativo rimane sempre molto efficace. Un film che affronta temi familiari ma lo fa con leggerezza e intelligenza.
La natura e l’indifferenza
Il mediometraggio Le Cueilleur de mûres (De Bramenplukker, Pieter Coudyzer, Belgio, 2026) occupa una posizione particolare all’interno del programma. Con i suoi trentotto minuti è quasi un corpo estraneo tra i cortometraggi.
Realizzato con elementi ritagliati e un uso estremamente sofisticato dell’immagine digitale, racconta la storia di un uomo che vive da solo in un territorio immenso. Non gli manca nulla e si considera felice. L’arrivo di un viaggiatore gli rivela però che il mondo è molto più vasto di quanto immaginasse e che ogni individuo percepisce la realtà in modo diverso.
L’aspetto più impressionante del film è la tecnica. Lunghe carrellate attraversano paesaggi boschivi in cui alberi, erba e vegetazione sembrano costantemente mossi dal vento. L’effetto è straordinario: a tratti sembra di osservare immagini video reali sovrapposte a fotografie statiche. Il paesaggio cambia con il trascorrere delle ore e delle stagioni, diventando il vero protagonista del racconto.
Proprio questa attenzione alla contemplazione costituisce però anche il limite del film. La durata appare eccessiva rispetto alla semplicità del percorso narrativo. Resta comunque un’opera visivamente molto affascinante e uno dei lavori più ambiziosi del programma.
La morte spiegata dai cartoni animati
Con Cartoon Physics (Ru Kuwahata e Max Porter, Francia/Paesi Bassi/Svizzera, 2026) si ritorna a una dimensione più intima. Realizzato in stop motion con pupazzi, il film prende spunto da una poesia di Nick Flynn. Quando una bambina di quattro anni trova un uccello morto in giardino, la madre viene trasportata in un universo che segue la logica dei cartoni animati e inizia a interrogarsi sul modo migliore per parlare della morte alla figlia.
L’idea di utilizzare la fisica impossibile dei cartoon per rappresentare la percezione infantile del mondo è interessante e in alcuni momenti produce immagini molto efficaci. Tuttavia il film non riesce sempre a trasformare questa intuizione in un’esperienza emotiva altrettanto forte. Resta un lavoro elegante, ma meno coinvolgente di quanto la premessa lasciasse immaginare.
Una malattia raccontata con ironia
La chiusura del programma è affidata a Les Pelures d’estomac (Étienne Bonnet, Francia, 2026), una commedia autobiografica realizzata in animazione digitale 2D. Quando il corpo del protagonista inizia improvvisamente a ricoprirsi di placche e irritazioni cutanee, la ricerca delle cause lo conduce a esplorare il rapporto tra pelle, stress e apparato digerente.
Il film colpisce per l’estrema semplicità del segno grafico. Pochi tratti a matita su sfondo bianco bastano a costruire personaggi, ambienti e situazioni. Una scelta minimale che permette al regista di concentrarsi completamente sul racconto e sui tempi comici.
Tra tutti i corti del programma è forse quello che riesce meglio a trasformare un’esperienza personale in qualcosa di universalmente riconoscibile. L’ironia non serve a nascondere il disagio, ma a renderlo condivisibile.
Un programma di personaggi incompleti
Se esiste un filo rosso che attraversa L’Officielle 3, è probabilmente proprio questo senso di incompletezza.
Dorian Gray perde la propria umanità nel tentativo di conservare la giovinezza. Dan cerca una parte di sé che ha lasciato nel passato. Catherine impara a smettere di inseguire un’immagine ideale. Il raccoglitore di more scopre che il suo mondo non è l’unico possibile. Una madre cerca parole per spiegare la morte. Un uomo prova a convivere con un corpo che non comprende.
In tutti questi casi l’animazione non viene utilizzata per raccontare mondi fantastici, ma per dare forma a qualcosa di invisibile: una mancanza, una ferita, un desiderio, una paura.
Forse è proprio questa attenzione agli spazi vuoti dell’esperienza umana a rendere il terzo programma della competizione ufficiale il più introspettivo tra quelli visti finora.
Pubblicato il 25 giugno 2026

The Picture of Dorian Gray (Georges Schwizgebel, Svizzera, 2026)

Ultra forte (Catherine Lepage, Canada, 2026)

Les Pelures d’estomac (Étienne Bonnet, Francia, 2026)
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