Di Alessandro Castellano
Se il primo programma della competizione ufficiale sembrava interrogarsi sul rapporto tra tecnica e immagine, il secondo appare attraversato da una domanda diversa: come si conserva una traccia del tempo?
Quasi tutti i film di L’Officielle 2 parlano infatti di trasformazione. Trasformazione dei corpi, dei paesaggi, delle comunità, della memoria o della materia stessa dell’animazione. Alcuni lo fanno attraverso il racconto, altri attraverso le tecniche utilizzate. In molti casi, le due cose coincidono.
Anche la geografia del programma contribuisce a creare una certa coerenza. Bulgaria, Georgia, Armenia, Estonia, Ungheria, Slovenia e Italia occupano una posizione centrale all’interno della selezione, affiancate da Francia, Belgio, Paesi Bassi, Portogallo e Canada. È una presenza significativa di cinematografie provenienti dall’Europa orientale e dall’area post-sovietica, territori in cui il rapporto tra memoria individuale e storia collettiva continua a essere una questione particolarmente viva.
La materia come racconto
Il film che meglio sintetizza questa attenzione alla trasformazione è probabilmente L’Hiver en mars (Lumi saadab meid, Natalia Mirzoyan, Armenia/Belgio/Estonia/Francia, 2025).
La sinossi è essenziale: impotente di fronte a uno Stato repressivo, una giovane coppia abbandona il proprio paese e intraprende una fuga che si trasforma progressivamente in un incubo surreale.
Ciò che rende il film particolarmente interessante è però il modo in cui questa storia viene raccontata. I personaggi e gli ambienti sono costruiti con stoffe, tessuti e cuciture. La materia stessa diventa metafora narrativa. La guerra è uno strappo. L’esilio è una lacerazione. La memoria è il tentativo di ricucire ciò che si è spezzato. Raramente una scelta tecnica appare così strettamente legata al significato del racconto.
Un procedimento diverso, ma ugualmente fondato sulla materialità, caratterizza Création (Alkotás, Béla Klingl, Ungheria, 2025). Il film parte da un gioco linguistico: in ungherese la parola “alkotás” indica contemporaneamente il processo creativo e l’opera finita. Attraverso la storia di una tela che prende vita, il cortometraggio riflette sulla nascita delle forme e sulla loro trasformazione continua.
Più che una narrazione tradizionale, Création appare come un esercizio di pittura animata. Un personaggio attraversa una superficie bianca lasciando dietro di sé tracce di colore. Un film breve, quasi un esperimento, ma capace di trasformare la pittura stessa nel proprio soggetto.
Anche Récoltes invisibles (Invisible Harvests, Stephanie Dudley, Canada, 2026) si colloca in questo territorio. Definito dalla scheda del festival come un “poema animato in stop motion tattile” costruito a partire da pellicola 16 mm alterata e processi di fermentazione, il film riflette sui rituali ereditati, sulla cura e su ciò che sopravvive quando memoria e linguaggio iniziano a dissolversi.
L’ambizione formale è evidente e la ricerca estetica molto sofisticata. Tuttavia il risultato sembra affidarsi più alla forza del proprio dispositivo visivo che alla capacità di coinvolgere emotivamente lo spettatore. È forse il film più concettuale dell’intero programma.
Due guerre, due memorie
La presenza di due opere provenienti dall’area caucasica crea una delle connessioni più interessanti della selezione.
Quand la mer était calme (When the Sea Was Calm, Mamuka Tkeshelashvili, Georgia, 2026) racconta la vigilia della guerra di Sokhumi nel 1992 attraverso gli occhi di un ragazzo di tredici anni che scopre il primo amore poco prima che la violenza lo separi dalla ragazza amata. Decenni dopo, ormai adulto, ritorna nella città in rovina inseguendo il ricordo di quell’estate perduta.
Realizzato con una combinazione di marionette ed elementi ritagliati, il film affronta la guerra attraverso la nostalgia e la memoria personale. L’evento storico resta sullo sfondo, mentre al centro emerge il ricordo di un’età interrotta troppo presto.
Se Quand la mer était calme guarda al passato, L’Hiver en mars guarda invece al presente. La fuga dei protagonisti richiama infatti in modo evidente le tensioni e le conseguenze della guerra contemporanea nell’Europa orientale. Due film molto diversi, ma accomunati dall’idea che la storia collettiva finisca inevitabilmente per inscriversi nei corpi e nelle vite individuali.
Quando il vento porta la musica
Il film che più mi ha colpito all’interno del programma è però Balconada (Iva Tokmakchieva, Francia/Bulgaria, 2025).
La premessa è semplicissima: una torrida giornata estiva spinge diversi vicini a uscire sui propri balconi. Quando arriva un temporale, uno di loro ha un’improvvisa intuizione che contagia gradualmente tutti gli altri.
Disegnato con una palette cromatica ridotta e un segno sintetico ed essenziale, il film costruisce inizialmente un catalogo di piccoli gesti quotidiani. Ogni personaggio è immerso nella propria attività, isolato dagli altri, mentre la colonna sonora è composta esclusivamente dai rumori prodotti dalle loro azioni.
Poi arriva il vento.
Con il cambiamento atmosferico entrano la pioggia, le nuvole e soprattutto la musica. Quello che fino a un attimo prima appariva frammentato trova improvvisamente una forma di armonia collettiva. Senza bisogno di parole, il film riesce a trasformare un semplice condominio in una piccola comunità.
È probabilmente il lavoro più semplice della selezione, ma anche uno dei più riusciti.
Amore nello spazio
Il tono cambia radicalmente con Cosmonauts (Leo Černic, Slovenia/Italia, 2026).
Ambientato durante una crociera intergalattica per cuori solitari, il film segue un gruppo di passeggeri alla ricerca di un bacio, di una carezza o semplicemente di un po’ d’affetto tra le stelle.
È forse il film più apertamente comico del programma e certamente uno dei più ritmati. Lo stile grafico richiama inevitabilmente autori come Bill Plympton e Joanna Quinn, con corpi deformabili, sessualità caricaturale e una comicità che nasce anche dalla ipertrofia fisica dei personaggi.
La crociera spaziale diventa una gigantesca metafora del desiderio umano. Tutto sembra permesso, almeno finché qualcuno non prova a imporre regole e controllo. Il risultato è un film leggero, ironico e sorprendentemente tenero.
La memoria dell’acqua
Chiude il programma Fille de l’eau (Sandra Desmazières, Francia/Paesi Bassi/Portogallo, 2025).
La protagonista, Mia, ha trascorso l’intera vita immergendosi in apnea, pescando e nuotando tra rocce e alghe. Con il passare del tempo il suo corpo cambia, i paesaggi si trasformano e le persone amate scompaiono. Una sera, ormai anziana, ripercorre la propria esistenza attraverso il ricordo.
Realizzato attraverso una combinazione di disegno su carta e animazione digitale, il film affronta temi importanti come il passaggio del tempo, la perdita e il rapporto tra essere umano e natura. Pur essendo visivamente raffinato, non riesce però a generare la stessa intensità emotiva che promette la sua premessa.
Un programma più coeso
A differenza di L’Officielle 1, dominata da poetiche molto differenti e da un acceso dibattito sulla tecnica, L’Officielle 2 appare sorprendentemente compatta.
Quasi tutti i film parlano di trasformazione. Ma soprattutto quasi tutti affidano una parte del proprio significato alla materia stessa dell’animazione. Stoffe, pittura, carta, pupazzi, colori e segni non vengono utilizzati soltanto per raccontare una storia: diventano essi stessi racconto.
In questo senso il programma sembra ricordare una delle qualità più specifiche dell’animazione. La capacità di trasformare qualsiasi materiale in memoria visibile.
E forse è proprio questa attenzione alla materia — più che alle singole trame — il vero filo rosso che attraversa l’intera selezione.
Pubblicato il 24 giugno 2026

Balconada (Iva Tokmakchieva, Francia/Bulgaria, 2025)

L’Hiver en mars (Lumi saadab meid, Natalia Mirzoyan, Armenia/Belgio/Estonia/Francia, 2025)

Création (Alkotás, Béla Klingl, Ungheria, 2025)

Cosmonauts (Leo Černic, Slovenia/Italia, 2026)
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