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Annecy 2026 – Jeune Public: quale idea di infanzia?

Di Alessandro Castellano

Tra le sezioni competitive di Annecy, Jeune Public occupa sempre un posto particolare. Non è soltanto una vetrina dell’animazione destinata ai più giovani, ma anche uno spazio in cui diventa possibile osservare come gli autori e i produttori immaginano il proprio pubblico. Più che raccontare l’infanzia, questi film finiscono infatti spesso per raccontare la loro idea di infanzia.

L’edizione 2026 riunisce dieci cortometraggi provenienti quasi interamente dall’Europa. La Svizzera è presente con Noctambules (Lena von Döhren, 2026), Cosmonaute (Zoltán Horváth, 2026) e Vers la forêt (Antonin Niclass, 2026); la Germania con Sur le paillasson devant ma porte (Antje Heyn, 2025); la Francia e la Svizzera con Piccolo Piccolo (Marta Gennari, 2025); l’Italia con Aller & Retour (Lucia Bulgheroni e Michele Greco, 2025); la Francia e il Belgio con Poisson nuage (Noé Garcia, 2025); i Paesi Bassi con A Dog’s Life (Sophie Olga De Jong e Sytske Kok, 2025); la Slovacchia e la Repubblica Ceca con En, ten, týky! (Andrea Szelesová, 2026). L’unica eccezione extraeuropea è rappresentata dalla Nuova Zelanda con Être distancé (Grounded, Chris Callus, 2025).

La predominanza europea non sorprende. È qui che continuano a concentrarsi gran parte delle politiche di sostegno al cortometraggio per l’infanzia e delle produzioni pensate per circuiti culturali e festivalieri. Più interessante è osservare come questa geografia condivida spesso una medesima concezione del pubblico giovane.

I film raccontano storie molto diverse tra loro. Una colonia di pipistrelli che approfitta delle nuvole di insetti attratte da una lanterna, un gigantesco ratto che invade una casa trasformandone il quotidiano, una minuscola topolina che decide di scalare una montagna, due giovani ermellini alle prese con il cambiamento dell’ambiente, un piccolo pesce che cerca il proprio posto nel mondo, un bambino che sogna il cosmo, una coccinella incapace di volare, una bambina che cerca di comprendere la morte, una giovane divinità solare in cerca di amicizia e uno scimpanzé che scopre la propria autonomia creativa.

Eppure, nonostante questa varietà di situazioni, il programma sembra muoversi quasi sempre all’interno dello stesso orizzonte. I protagonisti affrontano una prova, imparano qualcosa e giungono a una forma di trasformazione. La crescita, l’adattamento, l’integrazione, l’accettazione della perdita o della diversità costituiscono il nucleo di gran parte delle opere selezionate.

Non si tratta semplicemente di una questione narrativa. La sensazione di trovarsi di fronte a un programma fortemente pedagogico emerge anche dal modo in cui questi film sono costruiti visivamente.

La maggior parte delle opere adotta infatti un progetto grafico che privilegia la leggibilità. I personaggi sono immediatamente riconoscibili, le forme semplificate, le composizioni ordinate e facilmente decifrabili. Anche quando gli stili cambiano, dal minimalismo di Poisson nuage alla fantasia cromatica di En, ten, týky!, permane l’impressione che tutto sia stato progettato per accompagnare lo spettatore lungo un percorso chiaro e controllato.

È come se l’idea stessa di “film per bambini” comportasse automaticamente la necessità di rendere il mondo più semplice.

Questa scelta rivela una precisa concezione dell’infanzia. Non tanto un pubblico da sfidare attraverso immagini aperte, enigmatiche o stratificate, quanto uno spettatore da guidare passo dopo passo, sia sul piano narrativo sia su quello visivo. Ne deriva un paradosso curioso: proprio il pubblico che più naturalmente accetta l’assurdo, la metamorfosi e l’astrazione viene spesso considerato come quello che ha maggior bisogno di spiegazioni.

Da questo punto di vista, il film che emerge con maggiore forza dal programma è probabilmente Vers la forêt. Realizzato in stop motion con pupazzi, è uno dei soli due film della selezione a fare ricorso a una materialità fisica dell’immagine, insieme all’italiano Aller & Retour, che combina marionette e animazione 3D.

Ma non è soltanto una questione tecnica.

Nel silenzio di uno studio, un piccolo scimpanzé apre gli occhi. Attraverso lo schermo di un computer scopre una foresta lontana e, insieme ad altri personaggi, decide di costruirne una propria. La premessa è semplice, ma il film introduce una dimensione metalinguistica rara all’interno della selezione. Il protagonista nasce come creatura animata e progressivamente diventa artefice del proprio mondo. La costruzione della foresta coincide con la costruzione della propria autonomia. L’animazione diventa così metafora dell’autodeterminazione.

È forse l’unico film del programma che non sembra voler spiegare tutto. Più che proporre una morale, lascia spazio all’immaginazione.

Anche altri lavori meritano attenzione. A Dog’s Life, realizzato in animazione 2D digitale, affronta il tema della morte con una maturità insolita, evitando tanto il sentimentalismo quanto la rassicurazione facile. En, ten, týky! costruisce un universo grafico ricco e libero, popolato da creature divine e cosmiche che restituiscono al fantastico una dimensione autenticamente immaginativa. Poisson nuage, anch’esso realizzato in 2D digitale, lavora invece per sottrazione, affidandosi a un’atmosfera contemplativa che rappresenta una delle esperienze visive più delicate dell’intero programma.

Riflettendo sull’insieme del programma, viene spontaneo tornare a una delle idee centrali di Giannalberto Bendazzi. Per lo storico italiano l’animazione non è un genere destinato a una particolare fascia d’età, ma un linguaggio. Un linguaggio capace di assumere forme e funzioni diversissime, dalla favola infantile all’opera d’arte più radicale. Se si parte da questa prospettiva, la domanda che la selezione Jeune Public finisce per sollevare non è se questi film siano adatti ai bambini, ma quale idea di bambino abbiano in mente.

Forse il limite principale del programma non risiede nella qualità delle opere, spesso elevata, ma nella fiducia che esse sembrano accordare ai propri spettatori. Perché educare non significa necessariamente semplificare. Talvolta significa lasciare aperta una porta sul mistero.

Ed è forse proprio lì, in quello spazio di ambiguità e libertà che l’animazione ha sempre saputo abitare meglio di altri linguaggi, che il cinema per l’infanzia potrebbe permettersi di osare di più.

Pubblicato il 22 giugno 2026

Fotogramma da Vers la forêt (Antonin Niclass, 2026)

Vers la forêt (Antonin Niclass, 2026)

Fotogramma da Poisson nuage (Noé Garcia, 2025)

Poisson nuage (Noé Garcia, 2025)

Fotogramma da En, ten, týky! (Andrea Szelesová, 2026)

En, ten, týky! (Andrea Szelesová, 2026)

Fotogramma da A Dog's Life (Sophie Olga De Jong e Sytske Kok, 2025)

A Dog’s Life (Sophie Olga De Jong e Sytske Kok, 2025)

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