Di Alessandro Castellano
Tra gli appuntamenti più significativi annunciati durante la conferenza stampa di Annecy 2026, la Leçon de cinéma di quest’anno occupa un posto particolare. Il festival accoglierà infatti i fratelli Quay come ospiti d’onore, offrendo al pubblico l’occasione di incontrare due figure tra le più singolari e radicali della storia dell’animazione.
Come da tradizione, le Leçons de cinéma si configurano come conversazioni pubbliche con grandi personalità del settore, momenti in cui il percorso artistico diventa racconto, riflessione e trasmissione.
Nel caso dei Quay, però, la dimensione didattica si intreccia inevitabilmente con una questione più complessa: come raccontare un cinema che ha sempre resistito alla spiegazione.
Un percorso fuori asse
Stephen e Timothy Quay, nati negli Stati Uniti ma artisticamente legati all’Europa, costruiscono fin dagli inizi un percorso eccentrico rispetto alle traiettorie dominanti dell’animazione. La lettura che segue sintetizza il ritratto che ne offre Giannalberto Bendazzi in Animazione. Una storia globale, uno dei riferimenti fondamentali per comprendere la loro opera.
Come ricorda Bendazzi, il loro immaginario nasce da un incontro decisivo con la cultura dell’Europa centrale e orientale: Kafka, Schulz, Janáček, ma anche l’animazione di Švankmajer. Non si tratta di influenze superficiali, ma di un vero spostamento di orizzonte. Il loro cinema si colloca infatti in un territorio in cui letteratura, musica e arti visive diventano materiali equivalenti.
È significativo che uno dei loro primi lavori con pupazzi, Nocturna Artificialia (1979), contenga già molti degli elementi che diventeranno centrali: spazi claustrofobici, luce come materia narrativa, una costruzione del ritmo più vicina alla musica che alla narrazione.
L’animazione come spazio mentale
Guardando ai film successivi, emerge con chiarezza una caratteristica fondamentale: i Quay non utilizzano l’animazione per raccontare storie nel senso tradizionale, ma per costruire stati psicologici.
I loro film si svolgono in luoghi ricorrenti – stanze, corridoi, teatri, musei, spazi chiusi – che non funzionano come ambientazioni realistiche, ma come estensioni della mente. Le immagini non spiegano, ma evocano. Il racconto si frammenta, mentre il senso si sposta su altri livelli: ritmo, luce, movimento.
Bendazzi insiste su questo punto: nei film dei Quay il linguaggio verbale è quasi assente, e quando compare non ha funzione narrativa. Al suo posto, è la musica – spesso scelta prima delle immagini – a organizzare il film, trasformandolo in una sorta di coreografia visiva.
Il corpo, la materia, gli oggetti
Un altro elemento centrale del loro lavoro è il rapporto con la materia. I pupazzi dei Quay non sono personaggi psicologicamente definiti, ma figure attraversate da tensioni, spesso prive di espressione, che comunicano attraverso il movimento.
Questa scelta apre a una dimensione molto particolare: lo spettatore è costretto a proiettare significati, emozioni e interpretazioni su oggetti che restano, in un certo senso, opachi.
È qui che il loro cinema si distingue radicalmente: non offre chiavi di lettura univoche, ma costruisce un’esperienza che richiede partecipazione attiva.
Un universo coerente
A differenza di molti autori, i Quay non costruiscono film isolati, ma un universo coerente che si sviluppa nel tempo. Oggetti, atmosfere, motivi visivi e sonori ritornano, si trasformano, si riscrivono.
Come osserva Giannalberto Bendazzi, “i Quay non costruiscono, film dopo film, un universo separato. Piuttosto essi fanno, film dopo film, incursioni più brevi o più lunghe in un universo che non ha bisogno di essere costruito, perché esiste già”.
Come osserva Bendazzi, non si tratta di inventare mondi nuovi ogni volta, ma di esplorare continuamente lo stesso spazio, come se esistesse già, indipendentemente dai singoli film. È un cinema che procede per variazioni, più che per innovazioni apparenti.
Una lezione difficile
È proprio questo a rendere la loro presenza ad Annecy particolarmente interessante. Una Leçon de cinéma, nel loro caso, non può essere una semplice ricostruzione cronologica o un racconto lineare del processo creativo.
Sarà piuttosto l’occasione per entrare in contatto con un modo di pensare l’animazione che sfugge alle categorie più comuni:
- non industriale
- non narrativo in senso classico
- non facilmente traducibile
E proprio per questo fondamentale.
Un riconoscimento necessario
La Leçon de cinéma si accompagna, come spesso accade ad Annecy, a un riconoscimento istituzionale: i fratelli Quay riceveranno infatti un Cristal d’honneur, a sottolineare il loro ruolo nella storia del cinema d’animazione.
È un gesto che assume un significato particolare. In un festival in cui convivono grandi produzioni e nuove tecnologie, la presenza dei Quay ricorda un’altra linea possibile: quella di un’animazione profondamente artigianale, legata alla materia, al tempo e alla costruzione lenta dell’immagine.
Conclusione
Nel contesto di Annecy 2026, segnato dall’apertura della Cité e da una forte dimensione industriale, la Leçon de cinéma dei fratelli Quay introduce un elemento di discontinuità.
Non perché si opponga a queste dinamiche, ma perché le mette in prospettiva.
Se il festival costruisce una mappa globale dell’animazione contemporanea, i Quay ne rappresentano uno dei punti più estremi e difficili da collocare. Ed è proprio per questo che la loro presenza è necessaria: perché ricorda che l’animazione non è solo un linguaggio, ma anche una forma di ricerca.
Annecy, ancora una volta, non si limita a selezionare film.
Per approfondimenti sull’evento visita:
Leçon de cinéma
Pubblicato il 1 maggio 2026

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