Vai al contenuto

Annecy 2026: dai film ai luoghi – la Cité de l’Animation e il futuro del festival

Di Alessandro Castellano

Dopo la selezione ufficiale e i Work in Progress, Annecy 2026 svela un’altra novità, forse la più attesa, perché non riguarda direttamente i film, ma il luogo che li rende possibili. Il 19 giugno apre infatti la Cité internationale du cinéma d’animation, uno spazio permanente interamente dedicato all’animazione che segna un cambio di scala evidente: Annecy non è più soltanto il principale festival al mondo per il cinema animato, ma diventa una presenza stabile, attiva durante tutto l’anno.

Un festival che diventa luogo

Questa apertura non è un gesto isolato, ma il risultato di una storia lunga oltre sessant’anni. Dalla fondazione del Festival nel 1960 fino a oggi, si è progressivamente costruito un sistema che ha saputo intrecciare politiche culturali, industria e formazione, fino a diventare un punto di riferimento senza equivalenti. La Cittadella rappresenta il momento in cui questa traiettoria si concretizza: il festival, che da tempo aveva già superato la dimensione di semplice vetrina, assume ora la forma di un luogo permanente in cui il cinema d’animazione può essere non solo mostrato, ma anche compreso e trasmesso.

“Apriamo una Cittadella perché l’animazione non è un cinema minore, ma un’arte a pieno titolo […] un linguaggio universale […] e perché abbiamo il dovere di offrirle un luogo in cui possa essere trasmessa, spiegata, celebrata.”
— Dominique Puthod, presidente di CITIA, ente organizzatore del Festival e del MIFA

Le parole di Puthod chiariscono bene la natura del progetto: non si tratta di espandere il festival, ma di riconoscere all’animazione uno statuto che richiede continuità e spazio.

Entrare nell’animazione

La Cittadella è pensata come uno spazio da attraversare più che da visitare. Non propone una sequenza di oggetti da osservare, ma costruisce un’esperienza che accompagna il pubblico dentro il processo creativo stesso. Il museo, le sale espositive, il cinema, gli atelier e le residenze non funzionano come elementi separati, ma come parti di un unico dispositivo che invita a spostare lo sguardo: dal risultato al processo.

In questo senso, il visitatore non è posto di fronte all’opera finita, ma viene progressivamente portato dentro i meccanismi che la rendono possibile. L’animazione, che spesso appare come un’immagine fluida e immateriale, rivela così la propria natura fatta di passaggi, tentativi, stratificazioni.

Mostrare ciò che normalmente non si vede

È nelle mostre che questa idea trova la sua forma più concreta e, forse, più ambiziosa. L’esposizione inaugurale dedicata ad Ankama non si limita a celebrare uno studio di successo, ma propone un vero attraversamento del Krosmoz, un universo narrativo che negli ultimi venticinque anni si è costruito espandendosi tra animazione, videogiochi ed editoria, trovando una delle sue espressioni più riconoscibili in serie come Wakfu e nel lungometraggio Dofus – Livre I: Julith.

Il percorso espositivo, curato da Antoine Rigaud, è pensato come una progressiva immersione nel processo creativo: dalle prime linee tracciate su carta fino alla definizione di mondi complessi e stratificati. Ciò che emerge non è tanto la varietà dei prodotti, quanto la coerenza di un immaginario che si sviluppa nel tempo attraverso media diversi. In questo senso, la mostra non racconta semplicemente un catalogo di opere, ma restituisce il funzionamento di uno studio capace di costruire continuità tra linguaggi e piattaforme, rendendo visibile quella fase intermedia in cui l’idea diventa forma.

Un discorso diverso, ma complementare, emerge con la presenza dei LAIKA Studios, che riportano l’attenzione sulla dimensione materiale dell’animazione. Con “Wildwood: À la découverte d’un monde façonné à la main”, la Cittadella accoglie uno dei casi più emblematici dell’animazione contemporanea, uno studio che ha definito negli ultimi anni un’estetica riconoscibile attraverso film come CoralineParaNormanThe BoxtrollsKubo and the Two Strings e Missing Link.

L’esposizione dedicata a Wildwood non si limita a introdurre un nuovo film, ma apre letteralmente il suo processo di costruzione. I materiali presentati – scenografie, marionette, elementi di scena – restituiscono una dimensione che il film, una volta completato, tende inevitabilmente a nascondere. Un set costruito in settimane di lavoro collettivo, una foresta composta da alberi realizzati uno a uno, una marionetta come “La Générale”, con migliaia di piume applicate singolarmente: sono dettagli che non servono a stupire, ma a riportare l’animazione alla sua condizione originaria di lavoro manuale e tempo accumulato.

“Wildwood […] celebra il primato dell’arte sull’algoritmo[…] la convinzione che i film realizzati a mano possano essere ancora audaci, sorprendenti, pericolosi e vivi.”
— Travis Knight, regista di Kubo and the Two Strings e CEO di LAIKA

La dichiarazione di Knight introduce una tensione molto attuale, tra produzione industriale e gesto artigianale, tra automatizzazione e controllo umano. In questo contesto, la mostra non si limita a presentare un film, ma rende visibile un’idea precisa di cinema: fondata sul lavoro manuale, sul tempo della costruzione e sulla centralità del gesto umano.

“Offrire un accesso diretto alla creazione, ai gesti, ai saperi, a ciò che costituisce la materia stessa delle opere.”
— Mickaël Marin, direttore generale di CITIA

Le parole di Marin sintetizzano l’ambizione della Cittadella: non accumulare immagini, ma renderne accessibile l’origine. Le mostre diventano così luoghi in cui il pubblico può entrare in contatto diretto con ciò che normalmente resta nascosto.

In questo senso, le mostre non esauriscono il loro compito nell’esposizione, ma aprono uno spazio di comprensione che trova il suo sviluppo naturale nella dimensione educativa della Cittadella.

Educazione e trasmissione

Questa stessa logica si estende all’educazione, che occupa una posizione centrale nel progetto. Gli spazi dedicati alla formazione non sono un’aggiunta, ma una parte strutturale della Cittadella, perché rispondono a un’esigenza precisa: fornire strumenti per comprendere le immagini. In un contesto in cui l’esperienza visiva è continua e pervasiva, la capacità di leggerle diventa una competenza fondamentale, e l’animazione si configura non solo come linguaggio artistico, ma come campo di apprendimento.

Annecy come centro globale

Annecy non si limita più a rappresentare il cinema d’animazione, ma contribuisce a organizzarne le condizioni di esistenza, diventando un punto di riferimento continuo.

“Si tratta […] di andare ancora più lontano, facendo di Annecy una capitale dell’animazione tutto l’anno.”
— Gaëtan Bruel, presidente del CNC (Centre national du cinéma et de l’image animée)

Questa affermazione segna un passaggio decisivo: da evento a centro permanente, da momento di visibilità a struttura culturale.

Conclusione

Se nei cortometraggi abbiamo visto una mappa del presente e nei Work in Progress una mappa del futuro, la Cité de l’Animation rappresenta il luogo in cui queste mappe trovano stabilità. Non è un’aggiunta al festival, ma il segno di una trasformazione più profonda. L’animazione, oggi, ha raggiunto una centralità tale da richiedere spazi dedicati, continuità e istituzioni. Annecy, con questa apertura, non si limita a seguirne l’evoluzione: prova a darle una forma.

Per approfondimenti sulla Cité de l’Animation visita: 
https://www.citeanimationannecy.com/fr?utm_source=brevo&utm_campaign=CP%20Laika%202026&utm_medium=email

Pubblicato il 23 aprile 2026

Per accompagnare la sua apertura, la Cité presenta un manifesto originale firmato da Laurent Durieux

un isola con sopra gli edifici della Cittadella dell'Animazione si solleva dal lago di Annecy con una scia di barche a vela che la seguono in aria

Seguici sui nostri social

Condividi

error: Il contenuto è protetto !!