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Annecy 2026 – L’Officielle 1: il segno, la materia e la crisi di fiducia nelle immagini

Di Alessandro Castellano

Il primo programma della competizione ufficiale per il Cristal du court métrage offre un panorama sorprendentemente vario di tecniche e sensibilità. Sette film provenienti da Europa e Stati Uniti, sette modi diversi di interrogare il rapporto tra immagine e racconto, tra materia e rappresentazione.

A colpire, prima ancora delle singole opere, è una certa centralità del gesto artistico. Marionette, pittura, disegno, animazione d’oggetti, tecniche ibride: il programma sembra costruito attorno alla presenza concreta della mano dell’autore. Una caratteristica che rende ancora più significativo ciò che sarebbe accaduto alla fine della proiezione.

Pupazzi, carta e allucinazioni

L’apertura è affidata a Uka-Uka (Henri Veermäe, Estonia, 2026), realizzato attraverso una combinazione di marionette e CGI tridimensionale. Il film racconta di un bambino che, per sfuggire alla noia, finisce intrappolato nel bagagliaio di un’automobile. Quando riesce a uscirne, non è più esattamente lo stesso. L’animazione dei pupazzi è efficace e il tono trova un equilibrio convincente tra ironia e inquietudine. Pur senza lasciare un’impressione particolarmente profonda, resta un lavoro solido e ben realizzato.

Più interessante sul piano cromatico appare Two Ice Creams Please (Jasmine Elsen, Belgio, 2026), anch’esso costruito a partire dalla stop motion. Due amiche si perdono in una foresta e il protrarsi dell’isolamento fa emergere progressivamente le loro differenze caratteriali. La più rassicurante delle due si rivela anche la più irresponsabile, mentre il conflitto cresce fino a diventare il vero motore del racconto. Il film alterna la tridimensionalità dei pupazzi a sequenze allucinatorie animate in 2D, ottenendo un risultato visivamente ricco. Anche in questo caso il giudizio resta positivo senza però raggiungere l’entusiasmo.

Don Hertzfeldt e l’arte della sottrazione

Il nome più prestigioso del programma è probabilmente quello di Don Hertzfeldt, presente con Paper Trail (Stati Uniti, 2026).

Giannalberto Bendazzi descriveva Hertzfeldt come l’autore che ha trasformato il classico omino stilizzato in uno strumento per esplorare la solitudine contemporanea, la fragilità della comunicazione e la disperazione esistenziale. Da Billy’s Balloon (1998) a Rejected (2000), fino a Everything Will Be OK (2006), il suo lavoro ha sempre dimostrato come il minimalismo grafico possa nascondere una sorprendente complessità concettuale.

Paper Trail prosegue coerentemente questa ricerca. La vita viene raccontata attraverso i segni che lasciamo sulla carta: dagli scarabocchi dell’infanzia alle firme dell’età adulta, fino agli ultimi documenti che accompagnano la fine dell’esistenza. Sullo schermo non vediamo mai personaggi nel senso tradizionale del termine. Vediamo piuttosto tracce di matite, penne, pennarelli che si accumulano sui fogli.

È un film che continua a giocare con la pazienza dello spettatore, alternando ironia e poesia con estrema leggerezza. Non è necessariamente il lavoro più coinvolgente del programma, ma è certamente uno dei più personali e riconoscibili a cui va riconosciuta la capacità di far riflettere.

Le zone d’ombra del programma

Meno convincenti sono apparsi Adgwa-Ata (Zsuzsanna Kreif, Ungheria/Francia, 2026) e Black Box (Anton Dyakov, Francia/Norvegia, 2026).

Adgwa-Ata mette in scena tre adolescenti rapite da una tribù della giungla e costrette ad affrontare un rito d’iniziazione. Trasportate in una dimensione divina, dovranno imparare a domare i propri animali totemici – giganteschi serpenti – per accedere all’età adulta. Dal film di Kreif, autrice già molto apprezzata nei circuiti festivalieri, era forse lecito attendersi qualcosa di più. Né la proposta grafica né quella narrativa riescono davvero a distinguersi all’interno di un programma che, al contrario, sembra premiare le personalità forti.

Anche Black Box lascia una sensazione simile. Il film segue un anziano fotografo che osserva vecchie fotografie nel tentativo di ricucire il filo spezzato della memoria che lo lega alle persone ritratte. Presentato come un requiem monocromatico per un’epoca scomparsa, il film riflette sulla vanità del tentativo di conservare le persone così come erano davvero. L’animazione in bianco e nero costruisce un’atmosfera rigorosa e controllata, ma il film fatica a trovare un’immagine o un’idea che resti impressa dopo la visione.

La sorpresa: Dieu est timide

Il film che personalmente mi ha maggiormente colpito è stato Dieu est timide (Jocelyn Charles, Francia, 2025).

Durante un viaggio in treno, Ariel e Paul si divertono a disegnare le loro paure più grandi. A loro si unisce Gilda, una misteriosa passeggera la cui esperienza della paura sembra molto meno innocente dei disegni dei due ragazzi.

Pur adottando una palette cromatica vivace e apparentemente lontana dall’immaginario horror, il cortometraggio riesce a costruire una tensione costante che accompagna lo spettatore fino all’ultima inquadratura. La qualità più evidente risiede probabilmente nell’uso degli ambienti. I fondali sono ricchi, evocativi, capaci di sostenere, per contrasto la dimensione inquietante del racconto.

Meno convincente il design dei personaggi, in particolare la protagonista Gilda, il cui disegno sembra richiamare certe soluzioni utilizzate nell’animazione giapponese contemporanea, con una leggera sproporzione della testa rispetto al corpo che tende a enfatizzarne continuamente l’espressività.

Resta però il film che meglio riesce a coniugare racconto, atmosfera e coinvolgimento emotivo.

Hisko Hulsing e il caso Danse Macabre

La chiusura del programma è affidata a Danse Macabre (Hisko Hulsing, Paesi Bassi/Francia/Belgio/Ungheria, 2026).

Qui il discorso cambia radicalmente.

Hulsing non è un nome nuovo per chi frequenta l’animazione d’autore. Bendazzi lo citava già per Seventeen (2003), sottolineandone la capacità di trasformare il racconto realistico in un incubo psichedelico. Negli anni successivi il regista olandese avrebbe consolidato la propria reputazione con Junkyard (2012), con le sequenze animate di Cobain: Montage of Heck (2015) e soprattutto con la serie Undone (2019-2022).

Danse Macabre appare come il punto di arrivo di questa ricerca.

Resuscitata da sinistre muse, un’armata emerge dalle tenebre facendo risuonare le trombe della guerra. In questo incubo apocalittico, la musica di Šostakovič trascina lo spettatore in un vortice di terrore, distruzione e sofferenza umana.

Visivamente il film è impressionante. Un esercito di scheletri si solleva al suono della Decima Sinfonia di Šostakovič e attraversa un mondo destinato alla distruzione. Il connubio animazione e musica richiama alla memoria Fantasia (1940), ma con toni più adulti: le immagini evocano la tradizione pittorica europea e il racconto si presenta come una riflessione sulla guerra, sul totalitarismo e sulla violenza collettiva. Lo stesso Hulsing ha spiegato che il film nasce da una riflessione sulla militarizzazione delle società contemporanee e sull’emergere di nuove forme di autoritarismo.

Se ci fermassimo alle immagini, saremmo forse davanti a uno dei candidati più credibili al Cristal.

Ma la storia non si è fermata allo schermo.

Quando il film finisce e comincia il dibattito

Alla comparsa dei titoli di coda, la sala si è improvvisamente divisa.

Da una parte sono partiti applausi convinti. Dall’altra alcuni spettatori hanno manifestato apertamente il proprio dissenso. Una giovane spettatrice ha preso la parola invitando a riflettere sull’opportunità che un festival come Annecy legittimi pratiche produttive percepite da una parte della comunità come una minaccia per il lavoro artistico.

Altri spettatori hanno reagito applaudendo il film.

Per alcuni istanti la discussione ha quasi oscurato la proiezione stessa.

A quel punto Hulsing, presente in sala, si è alzato in piedi e ha risposto ai contestatori con un gesto inequivocabile che ha ulteriormente acceso l’atmosfera.

La ragione della polemica è nota. In diverse interviste il regista ha dichiarato di aver utilizzato Stable Diffusion, uno dei più noti sistemi di intelligenza artificiale generativa per la produzione e trasformazione di immagini, all’interno della pipeline produttiva del film. Secondo Hulsing, il software non è stato impiegato per creare autonomamente l’animazione, ma per applicare il proprio stile pittorico all’animazione tridimensionale realizzata dagli animatori. Allo stesso tempo il regista ha sottolineato che il progetto si basa su 79 dipinti a olio originali, undici anni di sviluppo e il lavoro di oltre ottanta professionisti.

È proprio qui che si colloca il centro del dibattito. Per alcuni animatori l’impiego di strumenti generativi addestrati su grandi quantità di immagini pone questioni etiche e professionali che vanno oltre il singolo film. Per altri, invece, si tratta di un nuovo strumento espressivo, non diverso da altre innovazioni tecnologiche che nel corso della storia hanno modificato il modo di fare animazione.

La questione, quindi, non è semplicemente se sia stata utilizzata o meno l’intelligenza artificiale.

È capire quale ruolo abbia avuto.

Una crisi di fiducia nelle immagini

Forse il vero protagonista di questa proiezione non è stato nessuno dei sette cortometraggi.

È stata la difficoltà di stabilire cosa stiamo guardando.

Per molti anni il dibattito sull’animazione ha riguardato il significato delle immagini. Oggi sembra riguardare sempre più spesso la loro origine.

Hulsing sostiene di aver utilizzato l’intelligenza artificiale come uno strumento all’interno di un processo artistico più ampio. I suoi critici ritengono che il confine sia già stato superato.

È possibile che Danse Macabre vinca il Cristal. È possibile che non lo vinca.

In entrambi i casi la polemica difficilmente si esaurirà con Annecy.

Perché la questione sollevata dal film riguarda ormai l’intera animazione contemporanea: non soltanto cosa mostrano le immagini, ma come vengono prodotte e quale rapporto continuiamo ad avere con esse.

Ed è significativo che una discussione di questo tipo sia esplosa proprio in un programma dominato da pupazzi, pittura, disegno e segni lasciati sulla carta. Come se la competizione tra i cortometraggi si fosse improvvisamente trasformata in una discussione sul futuro stesso del medium.

Pubblicato il 23 giugno 2026

Fotogramma da Don Hertzfeldt, Paper Trail (Stati Uniti, 2026)

Don Hertzfeldt, Paper Trail (Stati Uniti, 2026)

Fotogramma da Jocelyn Charles, Dieu est timide (Francia, 2025)

Jocelyn Charles, Dieu est timide (Francia, 2025)

Fotogramma da Hisko Hulsing, Danse Macabre (Paesi Bassi/Francia/Belgio/Ungheria, 2026)

Hisko Hulsing, Danse Macabre (Paesi Bassi/Francia/Belgio/Ungheria, 2026)

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