“Libro di Disegni” un tuffo nel mondo di Simone Massi

Intervista di Giannalberto Bendazzi, introduzione a cura di Eric Rittatore

Il primo incontro tra Giannalberto Bendazzi e Simone Massi risale al novembre 2001, quando entrambi si ritrovarono in giuria al Festival Internazionale del Cortometraggio di Siena. Un briciolo di imbarazzo reciproco fu la premessa per una reciproca stima e poi il viatico di una sincera amicizia che si riflette in questa recente intervista rilasciata in occasione del lancio del volume di Massi “Libro di Disegni”, edito da minimum fax.


GB: Perché dopo tanti anni di carriera hai deciso di passare alla carta stampata?
SM: Ho lavorato tanto per essere, oltre che un disegnatore, un autore e tengo moltissimo alle mie storie. Quando ho realizzato che non esisteva ancora un libro con dei disegni che fossero stati pensati da me -disegni cioè che appartenessero al mio vissuto e al mio immaginario- ho pensato che fosse un vuoto che aveva senso riempire. Un senso per me chiaramente, il mondo non aveva mai reclamato un libro del genere e poteva continuare tranquillamente a farne senza. Ma è anche vero che ogni cosa che ho prodotto negli ultimi ventotto anni è stata per me, non per il mondo, ed ecco perché oggi esiste un volume che si chiama “Libro di disegni”.


GB: Sei l’italiano che ha vinto più premi ai festival internazionali ma in Italia continui ad essere oggetto di studio e di ammirazione da parte di un’élite ristrettissima…Vuoi raccontare come hai potuto vivere quale animatore resistente?

SM: C’è stato un tempo in cui ero convinto che il curriculum e i premi potessero servire non dico a diventare noto -perché di questa cosa non me ne è mai importato niente- ma a farmi trovare una produzione, cioè a darmi la possibilità di lavorare come dal secolo scorso solitamente avviene: con uno stipendio. Da amante della matematica e da speranzoso della meritocrazia ci credevo, lo ammetto. E per arrivare a mettere insieme entrambi, curriculum e premi, ho fatto una scelta estrema che non ha molti precedenti nel mio settore: ho rinunciato a coprirmi il culo e le spalle, licenziandomi dagli studi di animazione commerciale presso cui lavoravo. E’ andata così, di punto in bianco ho lasciato la catena di montaggio del cartone animato e ho aperto una piccola bottega da artigiano in cui potevo sviluppare tutti quei progetti personali che ho sempre avuto a cuore e che prima si dovevano accontentare dei ritagli di tempo. Per tanti anni ho lavorato duramente, fino a quattordici ore al giorno tutti e sette i giorni della settimana, senza salario e con ogni tipo di privazione e sacrificio. Alle persone queste cose non piace sentirle ma è così che è andata. I risultati fortunatamente sono arrivati e questo mi ha spinto ad andare avanti, non ha fatto cassa ma ha fatto morale. Poi, man mano che andavo avanti, risultava evidente come quello in cui avevo sperato e creduto fosse vano, illusorio e perfino stupido. Ai produttori il mio curriculum non ha mai fatto nessun effetto, oggi si arriva addirittura a dire che è troppo lungo per essere letto. Dovevo raccogliere di meno, ho sbagliato tutto. Seriamente: c’è molta sufficienza e presunzione da chi ha il potere decisionale e non c’è troppo da stupirsi se il mio lavoro (e di tanti come me, beninteso) continua ad essere liquidato con una smorfia o un’alzata di spalle. Non resta che prendere atto di come vanno le cose e di farlo con la consueta lealtà: da dieci anni cerco di realizzare un lungometraggio, ho bussato invano alle porte di innumerevoli case di produzione e tutti mi hanno guardato con stupore, come si guarda uno che ha sbagliato indirizzo. Alla fine ho capito che i miei sono numeri da baraccone, buoni cioè per essere raccontati dal presentatore di un piccolo festival, nel tentativo ingenuo di impressionare qualcuno fra l’annoiato pubblico. E nonostante questo, nonostante l’iniziale errore di calcolo e tutte le sconfitte che ad esso sono seguite, sono ancora qui e non voglio saperne di darmi per vinto. A dimostrazione che non sono il solo ad aver sbagliato i conti e volenti o nolenti nel novero rientra anche chi ha liquidato “Dell’ammazzare il maiale” come film senza “nessuna poesia e nessuna drammaturgia” e anche certi tromboni che pensavano che “Tengo la posizione” e “Animatore resistente” fossero spacconate da adolescenti.


GB: Parliamo del tuo stile. Il tuo continuo zoomare per esempio in avanti, ed aprire orizzonti nuovi: c’è una spiegazione? Un’interpretazione subconscia in questo tuo modo di andare alla scoperta di nuove frontiere?

SM: Verosimilmente c’è una spiegazione ma non so se stia a me cercarla. Quello che ti posso dire è che diversi anni fa c’era stato un insegnante della Scuola del Libro di Urbino che aveva associato il mio lavoro alle filastrocche e alle cantilene. Potrebbe essere. Sono cresciuto in un’epoca in cui questo tipo di racconti orali erano molto più numerosi e importanti di quello che si vedeva e ascoltava in televisione. Sono storie che da bambino ho sempre preso per buone e a cui ho creduto senza riserve, senza domande. A mettere insieme le due cose potrebbe essere che abbia ragione quel professore e che il mio cinema d’animazione non sia altro che una filastrocca disegnata e gli zoom e le metamorfosi soluzioni per tenere insieme il tutto, un espediente per eliminare la punteggiatura. Ma non voglio spingermi oltre perché, fra le altre cose, sono ancora quel bambino credulone e ho un po’ paura che il cercare possa togliere il gusto del fare, non vorrei che una spiegazione logica del mio mestiere possa far svanire l’incanto e la meraviglia.

GB: Parliamo della tua concezione audiovisiva del cinema d’animazione ne fai un prodotto di poesia anche da un punto di vista meramente linguistico, anche con forme di analogia o metafore.

SM: Fino al 1993 non avevo la più pallida idea di cosa fosse il cinema d’animazione d’autore. Come quasi tutti, in Italia, ero convinto che non esistesse altro all’infuori del cartone animato, intendo quello che siamo abituati a vedere al cinema o in televisione. Nel mio particolare caso posso dire che questi lunghi anni di ignoranza a posteriori sono stati la mia fortuna perché, a differenza di quel che normalmente accade, nel momento in cui sono andato a scuola e ho scoperto il cinema d’animazione non ero un quattordicenne da riempire di nozioni ma piuttosto un adulto che fra le altre cose era stato anche operaio e soldato. Avevo una formazione, una maturità che mi permetteva di scegliere cosa prendere e cosa no, una notevole conoscenza letteraria e musicale. Fin da adolescente infatti avevo sviluppato una passione per la letteratura e per la musica, una passione che mi aveva spinto a leggere centinaia di libri, ad ascoltare un numero sconsiderato di dischi. Il cinema d’animazione così come mi appariva a ventitré anni mi interessava anche poco, si poteva disegnare meglio e raccontare storie anche ai grandi, ma in fondo questo era pacifico. Quello che ci avevo visto di sconvolgente era invece il potenziale creativo, ovvero la straordinaria e illimitata libertà espressiva che cominciava a partire dal supporto in cui quella strampalata forma di cinema nasceva e prendeva forma: un foglio bianco. Sembrava niente ma nel momento in cui quel pezzo di carta mi venne dato fra le mura di Urbino mi sono sentito libero di riempirlo e trattarlo come mi pareva. Un foglio bianco: il cinema d’animazione è diventato subito l’occasione (anarchica), il tentativo di raccontare storie così come me le sono sempre figurate ascoltando musica e leggendo libri, con protagonisti dalle forme indefinite e mutevoli. Apparizioni e sparizioni, frottole e illusioni: tutto quello che il cinema di finzione poteva quando è nato e adesso non può più.

GB: Parliamo di colore. hai sempre fatto film col bianco e nero. Inserendo solo un colore, il rosso, in alcuni film ( ad es. dell’ammazzare il maiale…)

SM: Alle elementari avevo un quadernino in cui, nell’ultima pagina era riportata una tabella dei colori associata ai segni zodiacali. Ai gemelli toccava il grigio e ci rimasi malissimo. Fra tutti i colori proprio quello più malinconico, in mezzo al nero e al bianco. Non ho mai seguito l’oroscopo ma ero un bambino e a quell’abbinamento ci ho ripensato tante di quelle volte! Eppure era vero, ho sempre sognato e disegnato in bianco e nero, fin da bambino. Quando ho avuto possibilità di scelta ho riempito l’armadio di vestiti dai colori tenui o spenti. Insomma era vero e negli anni lo è diventato ancora di più: il grigio. Non so esattamente perché, ma è un dato di fatto che col colore non mi sono mai trovato. Molti anni fa un critico ha ipotizzato che potrebbe essere perché sono cresciuto in un’epoca in cui le immagini fotografiche e televisive erano in bianco e nero. Potrebbe essere per questo. O forse perché più che al centro dell’attenzione mi piace starmene in disparte. Oppure perché i colori mi obbligano a un ragionamento che complica tutto il mio lavoro, un lavoro che alla fine è molto semplice, quasi schematico. Ogni volta che mi sono ritrovato ad adoperarli è stata una battaglia e un tormento. Li guardavo e pensavo, “Da quale comincio? E dopo come vado avanti?”. Nel momento in cui ti chiedi quali saranno quelli giusti significa che i colori per te sono sbagliati. Tutti tranne il rosso, che invece va bene, un senso ce l’ha eccome.

GB: Parliamo della corrente neo pittorica, della quale tu sei l’araldo, e che continua tutt’oggi a proporre nuovi autori e nuove suggestioni stilistiche…

SM: Gli elementi stilistici che accomunavano svariati autori c’erano ed erano sotto gli occhi di tutti (si fa per dire). Ma molte cose risultano evidenti solo dopo che qualcuno le ha ordinate, analizzate, spiegate e ce le ha messe sotto il naso. Per cui l’individuazione della corrente neo pittorica nasce da un’intuizione che personalmente reputo geniale e che in un certo senso assomiglia a un’operazione artistica. Detto questo sono onorato di far parte di questo movimento artistico ed è facile indovinare che continuerò a produrre lavori che rientrano in questo genere, senza curarmi del fatto che sia ancora attuale o rientri nel novero delle cose vecchie e superate. In primo luogo perché mode e convenienze non le ho mai seguite e non ho intenzione di cominciare a farlo ora. Ma anche e soprattutto perché un certo modo di operare rappresenta una scelta di vita coerente, congeniale a quello che sono e all’unico tipo di cinema d’animazione che sono in grado di fare.

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