L’animazione ungherese ad Annecy 2021

Di Pierpaolo Di Camillo

L’edizione del festival di Annecy del 2021 è stata, sotto molti aspetti, anomala.
Certo, con la pandemia globale non poteva che essere così. Ma nonostante tutto fosse ridotto, il MIFA fosse ai minimi termini, tanti momenti d’incontro tra autori e pubblico fossero annullati e il numero degli spettatori fosse minore rispetto a quelli delle edizioni passate è stato davvero piacevole poter ritornare a vedere il mondo dell’animazione ancora una volta insieme a Annecy e a poter provare di nuovo il rito magico della sala cinematografica, con l’incanto dello stare seduti e vedere immagini rese giganti dalla proiezione su uno schermo.
Un ricco programma con tanti cortometraggi e film d’animazione. Tra novità e retrospettive per ogni gusto, paese e tecnica.
Tra le tante possibilità c’era la meraviglia di poter vedere uno dopo l’altro due tra i migliori lungometraggi che l’animazione ungherese abbia mai realizzato. Un’occasione che mi sonoguardato bene dal perdere, visto che si trattava di due tra i miei film d’animazione preferiti. “Habfürdő” (Bagnoschiuma) di Gyorgy Kovasznai e “Fehérlófia” (Il figlio della cavalla bianca) di Marcell Jankovics.

La mia infatuazione per questi due film iniziò diversi anni fa, quando da adolescente avevo letto per la prima volta il monumentale “Cartoons, storia del cinema d’animazione” di Giannalberto Bendazzi e tra le immagini presenti nel libro si trovavano anche quelle dei due lungometraggi.

Due stili completamente diversi tra loro, stesso paese, cinque anni di distanza tra i due. Un trionfo di colori e di forme derivate dall’arte della tradizione popolare ungherese reinterpretata nel contemporaneo uno, l’energia di una ricerca grafica inusuale e continua, figlia della ricerca artistica del novecento l’altro. Trovai entrambe le immagini meravigliose.
Le descrizioni dei film ne aumentavano il fascino, soprattutto verso “Habfürdő” e il suo essere la storia di una situazione normale, dove una donna e un uomo si incontrano, parlano e si piacciono, ma lui sta per sposarsi con un’amica di lei. Un film che non aveva avuto molto successo in patria, ma veniva visto dall’autore come un esperimento riuscito e una passo avanti nell’animazione.
Quando leggevo ciò era il 2003, l’animazione giapponese aveva iniziato con successo a raccontare la vita quotidiana di persone comuni in lungometraggi già da oltre una decina d’anni (basti pensare alle opere di lsaho Takahata), ma sapere che esistesse un precedente così tanto in anticipo sui tempi in un paese su cui, all’epoca, non sapevo nulla era davvero affascinante.
Più avanti ebbi la possibilità di andare in Ungheria e trovai con grande facilità il DVD di “Fehérlófia” in vendita in un supermercato e anche libri per bambini fatti usando i fotogrammi del film. Molto più difficile fu trovare quello di “Habfürdő”, che uscì solo come allegato a uno stupendo catalogo (presto andato esaurito) di una mostra enorme dedicata al suo autore allestita nella National Gallery di Budapest nel 201O e non venne pubblicato singolarmente se non molti anni dopo.

Vedere entrambi i film mi confermò la loro grandezza. L’incredibile capacità di entrambi gli autori come artisti, registi e narratori.

L’epicità del racconto favolistico reso usando uno stile artistico figlio dalla tradizione popolare di “Fehérlófia”. Dove tutto la figurazione, la decorazione e il colore è usato e trasformato rendendola un’immensa arte monumentale in movimento. Fondali pieni di simbolismi antichi che incorniciano e accompagnano le vicende raccontate e che è possibile leggere insieme alla storia.

Il mutamento continuo delle forme e delle fisionomie dei personaggi che passano di tecnica in tecnica dalla sintesi piu rarefatta al realismo più opulento in piena e godibile libertà di “Habfürdő”, film musical pieno di danze, con una grafica che anticipa quella che esploderà lungo tutti gli anni ’80 e che stupisce ancora oggi per la freschezza dei segni. Permettendosi quella libertà nel cambiare l’aspetto dei personaggi che ancora oggi viene considerata intollerabile da tanti “fanatici” dell’animazione, incapaci di vederne la realtà di creatività estrema.

Durante Annecy 2021 ho potuto finalmente vederli sul grande schermo, cogliendo così appieno della loro potenza espressiva e di godere di un restauro che a restituito lo splendore alle pellicole.
Purtroppo il pubblico per “Habfürdő” era scarso, ma durante la proiezione di “Fehérlófia” la sala era abbastanza piena di un pubblico che rispondeva con entusiasmo alle imprese che l’indomito protagonista affrontava. Sia con commenti che scattando foto allo schermo.
Probabilmente la maggiore affluenza è stata determinata dal triste fatto che il suo autore, Marcell Jankovics, era mancato poche settimane prima e alla sua morte le immagini del film erano state postate dai fans e giornalisti destando l’interesse in chi non lo conosceva.
Ma mentre sono felice che i film di Marcell Jankovics possano essere scoperti da un pubblico ampio anche fuori dell’Ungheria resto sempre piuttosto colpito da come, tra i tre lungometraggi che Janovics ha realizzato, manchimo sempre di citare “Az ember tragédiaja”, il suo ultimo e monumentale lavoro.

Un incredibile insieme di stili artistici al servizio di una trama profondamente critica sulla società umana. Film che arriva a toccare l’anima in profondità e che non è mai stato distribuito al di fuori dell’Ungheria se non in qualche festival.

Ecco, uno dei grandi rammarichi avuti da quest’edizione ridotta del festival è stata proprio la mancanza del padiglione ungherese al MIFA per poter chiedere notizie dello stato della produzione del lungometraggio a cui Jankovics stava lavorando in questi ultimi anni, il “Toldi”.
Spero che ci diano notizie.
Altra grande sorpresa legata a queste proiezione è stata la scoperta di una preziosa edizione DVD/ Blu-ray in francese di Habfürdő. Restaurata, con extra interessanti e la giusta segnalazione in copertina che si tratta di un gioiello dell’animazione, distribuita nel mercato dell’home video proprio nei giorni del festival. Una dozzina di copie presenti tutte vendute prima della fine del festival e di cui ho avuto la prontezza di comprare l’ultima rimasta.
Spero che un giorno ogni scuola di animazione possa averne una copia in consultazione, perché il suo esempio di libertà artistica e originalità possa essere conosciuto e amato come merita.

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *